Vai al contenuto

Srebrenica: memoria, verità e valore supremo della pace

Bosnia ed Erzegovina 1122 luglio1995

Il genocidio di Srebrenica si consumò nel luglio 1995, negli ultimi mesi della guerra in Bosnia-Erzegovina. L’11 luglio, le forze serbo-bosniache dell’Esercito della Republika Srpska, guidate dal generale Ratko Mladić, conquistarono la città, allora dichiarata “area protetta” dalle Nazioni Unite. Nei giorni successivi ebbe inizio una sistematica operazione di sterminio contro la popolazione bosgnacca.

Srebrenica avrebbe dovuto offrire rifugio e sicurezza a migliaia di civili in fuga dalla guerra. La protezione dell’area era affidata a un contingente di caschi blu olandesi dell’UNPROFOR che, di fronte all’offensiva, non riuscì a opporre una risposta efficace né a impedire la caduta dell’enclave. I limiti del mandato, l’insufficienza degli uomini e dei mezzi e un sostegno internazionale tardivo e inadeguato impedirono di garantire alla popolazione la protezione promessa. Quanto accadde resta una delle pagine più dolorose nella storia delle missioni internazionali di pace.

Oltre 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi furono separati dalle loro famiglie, catturati e uccisi in esecuzioni di massa. Donne, bambini e anziani vennero trasferiti con la forza, costretti ad abbandonare le proprie case e sottoposti a violenze, privazioni e umiliazioni che hanno segnato profondamente le comunità sopravvissute.

Nel tentativo di cancellare le prove del massacro, migliaia di corpi furono sepolti in fosse comuni. Molte di esse vennero successivamente riaperte per trasferire e disperdere i resti in luoghi differenti, rendendo ancora più complessa l’identificazione delle vittime e più dolorosa la ricerca dei loro familiari.

La verità, tuttavia, non è rimasta sepolta. È emersa grazie al lavoro degli investigatori internazionali, delle organizzazioni umanitarie, dei medici legali e degli esperti forensi, ma soprattutto grazie alla tenacia delle famiglie, che non hanno mai smesso di cercare i propri cari e di chiedere giustizia.

L’analisi del DNA ha consentito di restituire un nome a migliaia di vittime, ricomponendo in alcuni casi resti rinvenuti in fosse comuni differenti. Dietro ogni identificazione non vi è soltanto un dato scientifico, ma una persona, una storia e una famiglia alla quale è stato restituito almeno il diritto di conoscere la verità.

La natura genocidaria dei crimini commessi a Srebrenica è stata riconosciuta dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia e dalla Corte internazionale di giustizia. Ratko Mladić e Radovan Karadžić sono stati condannati in via definitiva per genocidio e per altri gravissimi crimini internazionali.

Queste sentenze hanno affermato un principio fondamentale: nessuna ragione politica, militare, etnica o ideologica può giustificare la distruzione deliberata di esseri umani. Nessun responsabile di atrocità di massa può considerarsi al di sopra della legge e nessun tentativo di occultamento può cancellare la verità.

Srebrenica rappresenta uno dei più gravi crimini commessi in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale. Non è soltanto un luogo della Bosnia-Erzegovina, ma una ferita impressa nella storia europea e nella coscienza dell’intera umanità.

A oltre trent’anni di distanza, custodire la memoria di quanto avvenne significa difendere la verità storica, contrastare ogni forma di negazionismo e impedire che l’indifferenza lasci nuovamente spazio all’odio. Significa riaffermare che ogni vita possiede un valore assoluto e inviolabile e che nessun essere umano può essere privato della propria dignità.

Ho operato per quattro anni in Bosnia-Erzegovina come volontario umanitario nonviolento e non armato, nonché come operatore e mediatore di pace, direttamente nei territori colpiti dalla guerra e accanto alle popolazioni civili.

Porto ancora dentro di me immagini che il tempo non è riuscito a cancellare: città devastate, abitazioni ridotte in macerie, famiglie spezzate, comunità travolte dall’odio e dalla violenza, uomini, donne e bambini privati della propria casa, dei propri affetti e della possibilità di immaginare un futuro sereno.

Essere presenti in quei luoghi significava confrontarsi ogni giorno con la paura, la sofferenza e l’incertezza, ma anche incontrare il coraggio di persone che, nonostante tutto, cercavano di proteggere i propri familiari, conservare la propria umanità e continuare a sperare.

Quelle esperienze mi hanno insegnato che la guerra non distrugge soltanto edifici, strade e territori. Spezza legami, divide le comunità, sconvolge la vita delle persone e lascia ferite che attraversano intere generazioni. Le armi possono tacere, ma le conseguenze della violenza continuano a vivere nelle assenze, nei ricordi e nel dolore di chi è sopravvissuto.

Mi hanno insegnato, soprattutto, che la pace è il valore supremo sul quale si fondano tutti gli altri diritti. Senza pace non possono esistere libertà autentica, giustizia duratura, sicurezza, progresso e pieno rispetto della vita umana.

La pace, però, non è una conquista definitiva né una condizione da dare per scontata. È un bene prezioso e fragile, da costruire e difendere ogni giorno attraverso il dialogo, la responsabilità, l’educazione, la giustizia e il riconoscimento della dignità dell’altro. Non è soltanto assenza di guerra: è la capacità di prevenire l’odio, ricomporre le divisioni, proteggere i più deboli e riconoscere, prima di ogni differenza, l’umanità che ci accomuna.

Tra tutti i luoghi segnati dai conflitti che ho conosciuto, Srebrenica occupa un posto unico nella mia coscienza. Quando la visitai, poco tempo dopo il genocidio, appariva come una lacerazione ancora viva nel cuore dell’Europa. Nel silenzio di quei luoghi si percepivano l’assenza di migliaia di vite spezzate e il peso di una sofferenza che nessuna parola potrà mai descrivere fino in fondo.

Non era soltanto il silenzio di una città colpita dalla guerra. Era il silenzio degli uomini e dei ragazzi che non avrebbero più fatto ritorno, delle famiglie rimaste senza risposte, delle case abbandonate e di un’intera comunità privata di una parte essenziale di sé.

Per questa ragione, commemorare Srebrenica non può ridursi a una ricorrenza formale. È un dovere verso le vittime, una responsabilità nei confronti dei sopravvissuti e un impegno morale verso le generazioni presenti e future.

Ricordare significa custodire la verità, dare voce a chi non può più parlare e trasformare la conoscenza del passato in una scelta concreta a favore della pace, del dialogo, della giustizia e della tutela dei diritti umani.

La nostra voce non deve spegnersi. Deve raccogliere il grido di dolore che si levò da Srebrenica e dall’intera Bosnia-Erzegovina, affinché non venga soffocato dall’indifferenza, deformato dal negazionismo o consegnato all’oblio.

Il sacrificio di quelle persone non appartiene soltanto al passato. Continua a interrogarci e ci chiede di non distogliere lo sguardo davanti alla sofferenza, alla discriminazione e alla violenza. Ci ricorda che ogni silenzio di fronte all’odio può diventare pericoloso e che la pace deve essere difesa prima che sia troppo tardi.

Finché sapremo mantenere viva questa memoria, quelle donne, quegli uomini, quei ragazzi e quegli anziani innocenti non saranno dimenticati. La loro assenza continuerà a indicarci la strada e il loro grido attraverserà il tempo come un richiamo alla coscienza di ciascuno di noi.

Perché la pace, la libertà e il rispetto della vita non sono beni acquisiti per sempre: sono responsabilità affidate alle nostre mani. Sta a noi custodirle, difenderle e consegnarle alle generazioni che verranno.

La memoria di Srebrenica ci affida un compito semplice e immenso: riconoscere l’umanità dell’altro prima che l’odio tenti di cancellarla. Solo così il dolore del passato potrà diventare consapevolezza, la consapevolezza potrà trasformarsi in responsabilità e la responsabilità potrà aprire la strada a una pace autentica, giusta e duratura.

Aurelio Blengino
Presidente di Prohumanity

Terremoto in Venezuela

​Solidarietà da “Prohumanity” alla popolazione venezuelana. Migliaia di morti e oltre 50.000 dispersi, lo spettro di una strage immane si abbatte sul Paese. La natura non fa sconti, ma l’irresponsabilità umana amplifica le tragedie: basta con la follia dei palazzoni selvaggi. Costruire con criteri antisismici e rispettare il territorio è l’unico modo per dire “mai più“.

Groviglio interiore

Quadro polimaterico e installazione: “Groviglio Interiore”

Testo tratto dal mio ultimo libro: “L’arte per la Pace”

La sensibilità interiore è una meravigliosa qualità dell’anima, naturale e spontanea; è portatrice di: evoluzione, conoscenza, amore verso il prossimo e a volte, quando ‘inciampa’ nel dolore, di estrema sofferenza e perdizione. Chi la possiede riconosce il dolore delle genti e partecipa alla gioia dei semplici. Chi ha una vera sensibilità interiore emana una luce visibile anche da coloro che hanno oscurato la propria esistenza.

Libertà

Blog rinnovato

“DIARIO DI VITA NONVIOLENTA”

Scritto sotto il glicine. Scritto sotto le bombe. Il mio nuovo blog d’artista (pittore, autore, aforista) e volontario umanitario (attivista e operatore di pace, presidente della storica associazione internazionale “Prohumanity”) rinasce oggi in una veste rinnovata, plasmata da una visione contemporanea e multimediale. Raccoglie molti lustri di scrittura e creazione: racconti, aforismi, poesie, riflessioni e opere d’arte che testimoniano un cammino interiore e umano sedimentato nel tempo. Un archivio ampio e stratificato, capace di restituire la profondità di un percorso vissuto e pensato. Non è soltanto una raccolta, ma una testimonianza viva: un’opera in divenire che respira, si trasforma e invita chi legge a entrare, con lentezza e ascolto, nel mio orizzonte fatto di pace, colori, parole, umanità, speranza e rinascita… ma anche di guerre reali e spalancato dolore.